La terapia breve strategica contro panico e ansia

terapia breve strategica

La terapia breve strategica, che oggi presentiamo con la video intervista alla dottoressa Roberta Milanese, fa parte di quell’insieme di terapie che, in questi ultimi anni sembrano avere “una marcia in più” per ciò che riguarda i disturbi fobici, quelli d’ansia e gli attacchi di panico. Ho voluto approfondire questo tema perché sono decisamente affascinato dall’aggettivo “breve”. E non potrebbe essere altrimenti, se penso che la mia esperienza dallo psicologo, lunga e sofferta, non mi è realmente servita per superare il disturbo per cui ci sono andato. 

Terapia breve strategica: perché mi interessa?

La terapia breve strategica mi intriga moltissimo perché lascia intendere (e così è), come ci possa essere una soluzione rapida a problemi come panico, ansia e fobie, che magari hanno sabotato la nostra esistenza per anni. Non appena ci liberiamo dal quella strana gelosia che a volte affligge chi “possiede” una sofferenza (una gelosia che a volte fa pensare non ci sia nulla da fare e che ogni sforzo sia, se non inutile, mai risolutivo), ecco che improvvisamente la parola breve diviene molto seducente. Troppo?

Il concetto di brevità è seducente

Parliamoci chiaro: il concetto di brevità mi interessa moltissimo. Perché trovo assolutamente affascinante il fatto che un disturbo così rapido a cronicizzare, avvelenare la vita (mi riferisco al panico, ma può valere per qualsiasi altro disturbo d’ansia) e condizionarla, possa essere a sua volta eliminato dall’orizzonte esistenziale con una sorta di decondizionamento rapido e altrettanto efficace. Non l’ho sperimentato di persona, ma la produzione scientifica in merito mi sembra convincente e c’è un’esperienza pluritrentennale di messa a punto dei protocolli che dovrebbe costituire una buona garanzia. Ragione per cui vale la pena affrontare questo approccio in maniera molto attenta. E rispettosa. 

Lo dico con una certa cognizione di causa, perché io stesso sono stato in terapia analitica per 5 anni. Certo, era un altro momento storico e avevamo una cultura di riferimento molto diversa. Si parla infatti dei primi anni ’90, quando le mie grandi difficoltà legate al panico mi avevano messo in una specie di cul-de-sac da cui mi sembrava impossibile uscire. Allora scelsi la via psicologica come alternativa all’approccio psichiatrico. E anche con il senno di poi non penso di avere sbagliato.

L’insigne psichiatra di allora, infatti, mi propose una terapia farmacologica incomprensibile, nella quale avrei dovuto utilizzare tre volte al giorno sciroppi per la tosse contenenti codeina. Inoltre, apice del climax, mi liquidò dicendomi che se ci fosse stata la guerra, io non avrei fatto caso alle mie “paturnie”. Non ne avrei avuto il tempo. Non può essere un caso, allora, la scelta terapeutica. 

Le mie esperienze di psicoterapia

Quello che mi chiedo oggi è se ho fatto la scelta giusta, al netto della mancanza di cultura sul disturbo di panico. Per la mia generazione (ancora), la psicoanalisi rappresenta(va) la sola opzione psicologica. Noi vivevamo nella convinzione che ogni disturbo fosse originato da chissà quale trauma infantile che aveva creato un nodo esistenziale. Andavo alla ricerca di punto di rottura, credevo fermamente nella catarsi che si sarebbe letterariamente avverata nel giorno di una illuminazione. E da lì pensavo che avrei ripreso per mano il bandolo della matassa, districato i nodi e mi sarei liberato dalla sofferenza. 

Al tempo stesso rifiutavo altri approcci che consideravo eccessivamente “quantitativi”: detestavo l’idea che il mio vissuto di emozioni, di terrore, ansia, angoscia e quant’altro potesse in qualche modo essere sminuzzato in componenti elementari, potesse essere sminuito, potesse essere riassunto in uno schema pavloviano. O anche solo vagamente tale. 

Con il tempo si cambia idea

Oggi ho maturato una convinzione pratica, che è la seguente. Magari nel tempo e nel corso di questa indagine cambierò idea ma oggi, mentre scrivo queste parole, sono abbastanza convinto della mia teoria; credo che certe forme di psicoterapia breve servano a disgiungere la causa dall’effetto e, in sostanza, si comportino come dei favolosi analgesici, che eliminano il dolore – in questo caso metaforico – alla testa.

E così ho maturato la convinzione che certe manifestazioni di disagio siano paragonabili a un braccio rotto. Che tu abbia spezzato il braccio scivolando su una buccia di banana, parando un rigore giocando a calcetto o cascando dalla bicicletta cambia il motivo, il vissuto, la storia individuale. Ma non cambia il fatto che ci voglia un ortopedico, un gesso e maturino i tempi per rigenerare l’osso spezzato

Forse la psicoterapia breve è quell’ortopedico del pronto soccorso che, alla fine, riduce la frattura e ti aiuta a guarire. Dopodiché si possono fare anche altre indagini, utili a comprendere se sei effettivamente rischio di cadere. E farti ancora del male. Ma è un’indagine che mira ad altro. Utile, forse addirittura risolutivo. Ma non necessariamente ciò che serve nell’immediato.  

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